Lecco, 11 settembre 2020   |  
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Editoriale - L’arte di vivere insieme

di Giulio Boscagli

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Veduta di Lecco con in primo piano il "matitone", il campanile della chiesa di San Nicolò (credit Comune di Lecco)

L’approssimarsi delle elezioni comunali a Lecco mi ha richiamato alla memoria l’esperienza di Giorgio La Pira che fu sindaco a Firenze negli anni difficili del dopoguerra. La Pira aveva una visione alta del ruolo del sindaco perché aveva una visione alta, vorrei dire profetica, del ruolo della città.

Basti per questo rileggere inizio di questo suo discorso ufficiale:

Ogni città racchiude in sé una vocazione e un mistero: voi lo sapete: ognuna di esse è da Dio custodita con un angelo custode, come avviene per ciascuna persona umana. Ognuna di esse è nel tempo un’immagine lontana ma vera della città eterna.

Amatela, quindi, come si ama la casa comunedestinata a noi e ai nostri figli.

Custoditene le piazze, i giardini, le strade, le scuole; curatene con amore, sempre infiorandoli e illuminandoli, i tabernacoli della Madonna, che saranno in essa custoditi; fate che il volto di questa vostra città sia sempre sereno e pulito.

Fate, soprattutto, di essa lo strumento efficace della vostra vita associata; sentitevi, attraverso di essa, membri di una stessa famiglia: non vi siano tra voi divisioni essenziali che turbino la pace e l’amicizia: ma la pace, l’amicizia, la cristiana fraternità fioriscano in questa città vostra come fiorisce l’ulivo a primavera!”

Qui La Pira non fa mistero della sua fede cristiana che non nasconde anche nell’interpretare il ruolo civico che gli era stato attribuito.

A chi pensasse che questa impostazione lapiriana abbia poco a che fare con le concretezze del quotidiano amministrare basterà ricordare che quel discoro fu fatto in occasione della consegna alle famiglie di oltre 5000 appartamenti di edilizia popolare nel nuovo quartiere dell’Isolotto, come risposta alla fame di abitazioni che Firenze viveva in quel momento.

Così come altrettanto operativa fu la sua azione nei confronti della disoccupazione diffusa: è passato alla storia il salvataggio dell’antica azienda Pignone che rischiava di disoccupare tremila lavoratori. In quell’occasione La Pira spinse Enrico Mattei, presidente dell’Eni e suo compagno politico, a rilevare l’azienda e a darle nuova vita come Nuovo Pignone.

Casa e lavoro furono sempre al centro delle preoccupazioni del sindaco a conferma che la sua fede cristiana non era una semplice premessa della politica ma si rivelava capace di farsi carico con passione e iniziativa dei bisogni delle persone, o, per citare un suo libro, della “attesa della povera gente”.

Il richiamo all’esperienza di La Pira porta con sé la riflessione sul ruolo che i cattolici possono giocare anche nelle elezioni amministrative. Gli schieramenti in campo, in modi diversi, tendono a rivendicare la propria vicinanza al mondo cattolico. Incuriosisce il fatto che un candidato, noto per essere da sempre militante nel campo comunista e ancora oggi tifoso della Cuba castrista, si proponga agli elettori con un volantino che ha sullo sfondo campanile e Basilica di San Nicolò: in altri tempi lo sfondo sarebbe stato occupato da una fabbrica o almeno da un popolare circolo dei nostri rioni.

Per molti la dispersione dei cattolici in vari schieramenti e appartenenze sarebbe un segno di maturità delle persone.

Tale diaspora è stata secondo molti una necessità; per taluni invece un bene. Io considero la divisione dei cattolici in politica come una situazione contingente che deve essere superata. Non perché auspichi il “partito dei cattolici” o la presenza dei cattolici necessariamente in un solo partito, ma perché l’esperienza della Chiesa porta dentro di sé in modo costitutivo l’esigenza di una tensione all’unità. Forse, in questi ultimi anni, più che il patito dei cattolici è venuta meno la consapevolezza di appartenere a un’unica Chiesa fondata su un’unica fede. L’appartenenza a un gruppo politico ha avuto la preminenza sull’appartenenza alla comunità cristiana”

Sono parole che mons. Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, ha affidato al suo più recente libro “Abita la terra e vivi con fede” e che indicano il percorso che attende quanti, tra i cattolici, vogliono realmente ricercare un’unità che viene prima delle scelte politiche.

Nella contingenza di una scelta elettorale tuttavia non mancano ai cattolici gli strumenti per valutare programmi e persone: la dottrina sociale della chiesa ne fornisce in abbondanza.

La centralità della persona e il suo diritto alla vita in ogni suo momento, la difesa e il sostegno alla famiglia naturale, il rispetto e la valorizzazione dei diversi corpi intermedi, la solidarietà verso i più deboli: sono tutte questioni sulle quali esercitare le valutazioni prima che sulle caratteristiche personali dei candidati.

Soprattutto è auspicabile che si riscopra il dialogo per il bene comune della città: nessuno può dirsi in esclusiva portatore delle soluzioni migliori per i diversi problemi. La qualità della politica sta proprio nel saper ascoltare, incontrare e dar voce al popolo che vive nella città. Compito affascinante anche se arduo visto il progressivo imbarbarimento del dibattito pubblico anche a causa di un certo uso dei social.

Eppure penso che proprio dalle città, come pensava don Sturzo più di cento anni fa, possa venire quel rinnovamento della politica di cui l’intero paese ha un grande bisogno. Ma per questo occorre vivere la città come La Pira, come il luogo in cui si hanno le radici e dove si impara e sperimenta l’arte del vivere insieme.

 

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