Lecco, 17 luglio 2020   |  

Editoriale - Famiglia… e popolo 

di Giulio Boscagli

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Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? , Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?: (Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà [la tua] sfrenata audacia?).

Sono le parole, un tempo mandate a memoria da tutti gli studenti liceali, con cui Cicerone console inizia la sua arringa, nel senato romano, anno 63 a. C., contro Catilina la cui congiura voleva sovvertire la repubblica romana. La pazienza cui allude Cicerone non è certo la sua personale, ma quella della Repubblica che lui aveva il compito istituzionale di difendere. Più di duemila anni dopo non si vede all’orizzonte alcun Cicerone che sappia prendere le parti della Repubblica per impedire quella che appare ormai come una vera e propria congiura ai danni del popolo italiano. Mi rendo conto che è un’affermazione forte, e tuttavia provo a giustificarla.

Fino a prova contraria l’Italia ha una costituzione – che fino a ieri tutti decantavano come ottima – vale a dire che le regole del gioco, e ancor di più i valori da salvaguardare, sono lì definiti. Da quando tuttavia al governo ci sono i grillini – grazie all’appoggio prima della Lega e poi del PD – la Costituzione sembra diventata un documento storico da archiviare senza rimpianti.

L’equilibrio delicato che la Costituzione aveva immaginato, quello tra potere centrale e autonomie locali (La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento- art.5) è continuamente violato da un governo che fa un uso strabordante di decreti-legge approvati con la fiducia da un parlamento distanziato e assai passivo; dall’estensione ingiustificata dello stato di emergenza e conseguenti decreti del Presidente del consiglio giudicati anticostituzionali da illustri giuristi. Per non parlare della sufficienza, quando non del disprezzo, con cui il ministro delle regioni ha trattato e tratta continuamente il sistema delle autonomie regionali.

Il caso autostrade – e prima ancora i casi ILVA, Alitalia e altri, dimentica altri valori costituzionali (L'iniziativa economica privata è libera.- art. 41; La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge art. 42) e li sottomette all’arbitrio di una politica senza prospettive. Forse solo nelle repubbliche cosiddette democratiche di non rimpianta memoria si poteva assistere a una demonizzazione così violenta di famiglie imprenditoriali che pure negli anni hanno creato lavoro e ricchezza.

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.(art. 29). Questo è forse l’articolo più bistrattato tra i tanti.

E’ di questi giorni l’allarme – in realtà ben noto da molti anni – per il crollo demografico. Si sprecano titoli ad effetto ma, come accaduto altre volte, nel giro di pochi giorni la notizia sarà sostituita da altre più fresche. Quello che manca è la consapevolezza che non si può affrontare la crisi demografica senza valorizzare il ruolo della famiglia così come l’ha voluta la Costituzione. Se la famiglia “come società naturale” è assimilata a una qualunque forma di convivenza tra persone, anche dello stesso sesso; se dare alla luce figli e impegnarsi per la loro educazione non è riconosciuto come un servi zio pubblico che deve essere agevolato in ogni modo, perché stupirsi del crollo demografico? Quanto è dimenticato l’art. 31! “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.”

Sarebbe tuttavia parziale immaginare che il crollo demografico sia figlio delle difficoltà economiche: queste incidono certo in modo pesante, soprattutto nella decisione dei giovani di fare famiglia, ma queste da sole non spiegano il baby boom degli anni Sessanta dello scorso secolo quando le condizioni economiche delle famiglie erano certamente meno floride di oggi. In quel tempo alla modestia delle risorse economiche faceva riscontro una fiducia nel futuro alimentata dal lavoro, dal desiderio di migliorare la società e soprattutto, diciamolo senza remore, da una diffusa cultura carica di speranza figlia dell’educazione cristiana del nostro popolo.

Penalizzata la famiglia, irriso il senso di appartenenza a una comunità nazionale in nome di un globalismo indifferenziato e, talvolta, violento, perché stupirsi del calo delle nascite, delle difficoltà complessive in cui versa il paese, delle divisioni laceranti tra forze politiche e tra élite e popolazione?

Un mondo che pensa di rifiutare l’eredità del cristianesimo nella storia – con tutte le sue luci e le ombre – si mette nelle mani di poteri non controllabili o di ideologie religiose che non vanno tanto per il sottile in materia di diritti delle persone.

Quo usque tandem?

Il richiamo a Cicerone vuole quindi essere un richiamo a prendersi cura della Res Publica sapendo che, come scrisse il poeta premio Nobel Milosz:
Si è riusciti a far capire all’uomo
che, se vive, è solo per grazia dei potenti.
Pensi dunque a bere il caffè e a dar la caccia alle farfalle.
Chi ama la res publica avrà la mano mozzata.

E’ un dramma che quello che si scriveva ieri avendo a riferimento il potere sovietico e i suoi alleati sia utile oggi per capire il clima delle nostre società democratiche.
Aspettiamo con ansia un console che, come Cicerone, sappia prendere le difese vere del nostro popolo e delle sue istituzioni.

 

 

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