Lecco, 31 luglio 2020   |  

Editoriale - Emergenza (in)finita?

di Giulio Boscagli

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Dopo l’allarme lanciato nelle scorse settimane da Sabino Cassese, che è stato giudice costituzionale e ministro, prende la parola per criticare il rinnovo dello Stato di emergenza da parte del governo, anche un ex presidente della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli.

Le sue parole, rilasciate a “Il sussidiario.net”, sono chiare e pesanti: “Le misure eccezionali sono commisurate ad una situazione eccezionale quando essa si presenta. Lo stato di emergenza non può essere uno stato permanente, protratto – per esempio – fin tanto che la pandemia è genericamente presente nel mondo.” E ancora “il Parlamento non è l’organo consultivo del governo, è l’organo decidente.”, “Il Parlamento non serve per semplificare la vita al Governo conferendogli poteri eccezionali non giustificati da una necessità grave ed attuale.

Tali poteri devono essere rigorosamente circoscritti e proporzionati alla necessità. Il Parlamento non si può limitare a conferire al Governo il potere di decidere se e come agire sulla base del consiglio di un gruppo di esperti, per assumere le decisioni che spettano al Parlamento.”

Con queste ultime affermazioni siamo al cuore del problema. La pandemia ha portato alle estreme conseguenze una situazione istituzionale, presente anche in precedenza, caratterizzata da una tendenza sempre più forte e diffusa, non solo al governo ma anche in gran parte del mondo massmediatico, che consiste nella svalutazione del ruolo del parlamento e nella contemporanea enfatizzazione della funzione del governo.

C’è in questo anche l’esigenza, condivisibile, di una maggiore operatività nelle decisioni la cui lentezza è – spesso impropriamente– attribuita alle procedure parlamentari. Tuttavia è la realtà che costringe a correggere l’impressione: forse che in questi mesi di interventi del governo o del suo presidente abbiamo potuto apprezzarne il miglioramento in termini di efficienza ed efficacia? Per non parlare del ruolo delle diverse Task Force o delle figuracce rimediate dal commissario all’emergenza sulle prime forniture delle mascherine e oggi sul bando per i banchi a rotelle…

Ora la svalutazione del Parlamento viene da lontano, almeno dal famigerato volume “La Casta” che ha fatto la fortuna di suoi autori ma che ha instillato nella gente l’idea che il parlamento sia un ricettacolo di privilegiati, un luogo “da aprire come una scatola di sardine” secondo il verbo grillino, atteggiamento questo di stampo autoritario, che documenta una stima delle istituzioni non molto dissimile da quella che del parlamento, “aula sorda e grigia”, aveva Benito Mussolini.
Figlia di questo clima è la riforma costituzionale che taglierà, una volta approvata dal referendum di Ottobre, il numero dei parlamentari, riducendo significativamente la rappresentanza politica del popolo italiano.

Colpisce l’assoluta insensibilità sul tema del ruolo del parlamento da parte di chi ha il grave compito di informare correttamente l’opinione pubblica. C’è tuttavia sottotraccia un motivo per questa situazione, motivo che emerge dalle crepe di un’informazione omologata. Si ritiene che tutto possa essere giustificato per non far tornare al governo Salvini e la Lega. In un recente dibattito televisivo il direttore de “La Stampa” ha addirittura affermato che sarebbe un “ordine mondiale costituito” a non volere Salvini al governo.
Non c’è bisogno di essere leghisti per capire la gravità di queste affermazioni. La domanda vera da porsi oggi: è lecito, pur di non far tornare Salvini al governo, mandare il P

aese allo sfascio? Che cosa succederà alla ripresa autunnale se, come sembra, le promesse di questo governo non diventeranno realtà a favore dell’economia, delle famiglie, della socialità compromessa?

Abbiamo bisogno di un parlamento realmente rappresentativo della realtà italiana, delle sue diversità, dei suoi tanti punti di forza ma anche delle sue storiche arretratezze, perché possano comporsi in un dibattito parlamentare la cui cifra sia il confronto di posizioni e non l’insulto e la demonizzazione dell’avversario.

Un parlamento che ripristini la tradizione civile dell’Italia, legiferando seriamente sul grande tema dell’immigrazione ma anche abolendo leggi liberticide come quelle volute dai Cinque Stelle che hanno intaccato gravemente lo stato di diritto, cioè i diritti inalienabili di noi cittadini, introducendo una deriva giustizialista che crescerà ancora con la probabile approvazione di una legge sull’omofobia degna di un Paese autoritario.

L’accentramento dei poteri ha come conseguenza l’allontanamento della società dalla politica: è facile verificarlo mettendo a confronto la mediocrità di tanti che siedono alle Camere con la ricchezza di risposte che sono venute dalla società in questi mesi: nel campo della salute, dell’impresa e del lavoro, del sociale, della costruzione di rapporti non effimeri tra le persone.

È questa ricchezza che deve trovare modo di essere rappresentata nella politica e non fagocitata da questa per un immediato consenso elettorale che poi, spesso, viene utilizzato per altri obiettivi.

Serve un grande cambio di mentalità anche in chi si occupa del sociale e dell’economia, servono strategie e visioni piuttosto che l’accontentarsi di sovvenzioni più o meno generose.

Personalmente ritengo che la mancanza nel panorama politico di soggetti di chiara ispirazione cattolica costituisca per la politica e le istituzioni del nostro Paese una grave perdurante povertà.

 

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