Lecco, 15 dicembre 2016   |  

Dopo il Referendum: la politica vive lontana dalla realtà della vita quotidiana

di Giulio Boscagli

"Le difficoltà richiedono un di più di coesione sociale, cosa che non sembra essere oggi al centro delle preoccupazioni dei principali leader e di un parlamento che per la sua stessa formazione non riesce ad intercettare il sentimento della nazione".

referendumcostituzionale

Come era ampiamente prevedibile l’Italia non è crollata dopo il referendum né l’Europa ci può creare difficoltà ulteriori rispetto a quelle nelle quali eravamo immersi anche prima della consultazione. Si dovrebbe avere l’onestà di riflettere sulle cose dette in campagna elettorale per smascherarne la strumentalità operata anche da troppe persone autorevoli.

Il popolo italiano, gli elettori tornati in consistente numero alle urne, hanno scelto diversamente da quanto desideravano determinati poteri italiani e non solo. La prima saggezza è prenderne atto.

Forse che il popolo italiano non vuole il cambiamento? Io sono convinto del contrario. Il fatto che siano state respinte con un referendum sia la riforma del centrodestra nel 2006 sia dieci anni dopo quella del centrosinistra sta a documentare che il cambiamento potrà essere accettato solo quando sarà condiviso da una larga maggioranza della rappresentanza politica. La virulenza dello scontro sul referendum tra i diversi competitori politici quale veniva trasmessa quotidianamente dai mezzi di informazione ha certamente contribuito a generare il largo rifiuto di un testo che appariva così profondamente divisivo per il paese.

E ora abbiamo un governo, difficile dire nuovo dato che è in larga parte formato da ministri precedenti. Tuttavia è buona regola giudicare dai fatti e non dalle ipotesi o dai pregiudizi. Vedremo all’opera e giudicheremo.

Una cosa tuttavia è certa: il governo Gentiloni non potrà nascondersi dietro le cortine fumogene abilmente create da Renzi per nascondervi i limiti palesi della sua azione politica che oggi vengono riconosciuti anche da commentatori che avevano esaltato fino all’ultimo le capacità del giovane premier.

Non sarà inutile anche notare che il governo è stato fatto in tre giorni e in tre giorni ha ottenuto la fiducia delle due camere: a conferma che quando vuole la politica può ridurre drasticamente i tempi della sua azione, compresa la cosiddetta “navetta” tra le due camere.

Torna così al centro quello che è il vero problema del paese: un problema politico, non innanzitutto istituzionale. Tutto il dibattito sembra concentrarsi su aspetti personalistici (Renzi “non pensavo che mi odiassero tanto”, la Serracchiani che piange in consiglio regionale, le storie personali dei ministri) o di interesse di parte (larghe intese o meno, utilizzo dei voti di transfughi o meno, regolamento di conti interno ai partiti…) lasciando in secondo piano i nodi irrisolti presenti nella società italiana e che si chiamano disoccupazione, crollo demografico, aumento della povertà delle famiglie, eccesso di burocrazia…

La politica vive lontana dalla realtà della vita quotidiana degli italiani e i diversi esponenti non sembrano accorgersene visto il loro impegno teso quasi esclusivamente alla lotta contro l’avversario del momento.

Le difficoltà richiedono un di più di coesione sociale, cosa che non sembra essere oggi al centro delle preoccupazioni dei principali leader e di un parlamento che per la sua stessa formazione non riesce ad intercettare il sentimento della nazione.

Il primo problema quindi non è se votare tra quattro otto o dodici mesi ma innanzitutto quello di lavorare seriamente a una legge elettorale che consenta alle diverse identità del popolo italiano di essere rappresentate in parlamento. Solo da un confronto serio con la ricchezza di storie, identità, iniziative e opere presenti nel nostro popolo possono nascere politiche e riforme indirizzate al bene di tutti.

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