Lecco, 03 maggio 2019   |  
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Borrometi a Lecco: impegno civico per sconfiggere le mafie

di Stefano Scaccabarozzi

Il giornalista sotto scorta per le sue inchieste ha incontrato oggi gli studenti lecchesi.

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Paolo Borrometi e Lorenza Pagano

Studio, informazione, ma sopratutto impegno civile per sconfiggere l'indifferenza e il silenzio in cui trovano terreno fertile le mafie. Paolo Borrometi, giornalista siciliano sotto scorta che da anni porta avanti inchieste antimafia, e per questo finito nel mirino di Cosa Nostra, ha incontrato questa mattina un gruppo di studenti lecchesi in Sala Ticozzi, in un appuntamento promosso dal Centro promozione legalità.

Intervistato dalla giornalista de La Provincia Lorenza Pagano, presentando il suo primo libro “Un morto ogni tanto” (Ed. Solferino), Borrometi ha raccontato la sua attività di giornalista antimafia.

DSCN2987«La mia vita – spiega – ha avuto un primo bivio il 16 aprile 2014 quando, al culmine di minacce, intimidazioni, lettere con proiettili, scritte sui muri, sfregi alla macchina, due uomini incappucciati mi lasciarono mezzi morto in una pozza di sangue con una spalla frantumata in 3 parti. Un'aggressione che mi era stata preannunciata pochi giorni prima perché "non mi ero fatto i cazzi miei". Tra il 23 e il 24 agosto 2014 mi incendiarono casa e dal giorno dopo ebbi la scorta. Un anno fa, invece, la mattina del 10 aprile 2018, fui avvisato dal commissario di Pachino e dal Procuratore antimafia di Catania che erano scattati 24 arresti perché la mafia aveva progettato di far saltare in aria me e i ragazzi della scorta con un'autobomba».

Il capomafia Salvatore Giuliano e il suo braccio destro vengono infatti intercettati mentre programmano nei minimi dettagli l'attentato a Borrometi, pronunciando la tremenda frase "ogni tanto un morticeddu serve per dare una calmata a tutti, ce n'è bisogno”.

L'attentato è la risposta all'indagine condotta da Borrometi sul business della mafia a Pachino (Siracusa): «Nel 2018, proprio al termine di un incontro nelle scuole, una ragazza venne ad abbracciarmi piangendo e mi disse che il padre e altri come lui non potevano più lavorare perché la più importante ditta nel consorzio Igp del pomodorino di Pachino era controllata dal capomafia Salvatore Giuliano e quindi, avendo paura, tutti compravano da lui. Scoprì che la ditta era intestata al figlio e al figlio del braccio destro ed era l'unica del consorzio senza certificato antimafia. Scrissi tutto, scoppiò un caso nazionale e quell'azienda fu estromessa dal consorzio».

Borrometicoverpiatto 350x551Raggelante la risposta che diedero i boss interrogati dalle Forze dell'ordine alla domanda “davvero volevate ucciderlo”? «Noi uccideremo Paolo Borrometi perché ha parlato di noi quando di noi non parlava nessuno e in un istante ci ha fatto perdere milioni di euro di ordini che avevamo da tutta Italia fino al Canada».

«Da lì - sottolinea Borrometi - è nata la voglia di scrivere un libro non tanto autobiografico, ma di scrivere nero su bianco tutto quello che sapevo, per contribuire alla ricerca della verità. Prendendomi la responsabilità di scrivere nomi e cognomi. Per troppo tempo le persone mi hanno detto: io non sapevo e non potevo scegliere. Così adesso ognuno di noi può scegliere da che parte stare».

La paura e la scorta sono ormai i compagni di viaggio di Borrometi: «Vivo a Roma, solo, lontano dalla mia famiglia, dai miei affetti, dagli amici storici. La paura mi ha accompagnato sempre. Ricordo che il giorno dell'attentato sventato mia madre tra le lacrime mi chiese di andare avanti perché noi siamo cittadini liberi. Io penso che noi riusciremo a sconfiggere qualsiasi tipo di illegalità se all'impegno di forze dell'ordine, dei magistrati e delle istituzioni si unirà l'impegno civico di ognuno di noi, se decideremo da che parte stare. L'indifferenza è la miglior arma delle mafie, troppa gente si è girata dall'altra parte facendo finta di nulla, nell'indifferenza ci sono nuove condanne a morte».

Negli ultimi anni il giornalista siciliano registra segnali positivi: «Io ho 16 processi in corso nei confronti 47 imputati tra boss conclamati, accoliti, affiliati. Nel 2014 c'era chi diceva che me l'andavo a cercare o che era una questione di “fimmine”; la mafia cerca sempre di delegittimare le persone. Oggi la consapevolezza civile sta cambiando grazie all'impegno di ognuno di noi. Peggio delle mafie c'è solo la subcultura mafiosa: quella che ci fa parcheggiare nei posti dei disabili, che non ci fa chiedere la fattura, che ci spinge a cercare raccomandazioni».

DSCN2986A introdurre l'incontro con Paolo Borrometi il prefetto Michele Formiglio: «La partita contro la criminalità organizzata oggi si gioca soprattutto al Nord, dove si è ben radicata con mezzi e uomini. Purtroppo manca molta consapevolezza di quello che sta succedendo: è un fenomento che interessa anche l'Europa del Nord, dove però si vede la mafia come qualcosa di solo italiano. È importante avere consapevolezza, parlarne, perché solo così, attraverso la costante attenzione da parte di tutti riusciremo a fare qualcosa contro questo cancro».

Dello stesso avviso il vicesindaco Francesca Bonacina: «Si tratta di un tema di cui spesso si parla concettualmente, ma che si ritiene che riguardi solo altri. Il terreno su cui la criminalità organizzata si innesta è proprio questo: non dobbiamo permettere che ci siano i presupposti perché attecchisca. È importante essere informati su cosa la mafia provoca, anche sulla pelle di chi la sta combattendo come Paolo».

 

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