Lecco, 25 dicembre 2018   |  

Betlemme è la svolta per cambiare il corso della storia

Gesù bambino ci dice di “non divorare e accaparrare, ma condividere e donare”

Nella Messa di Natale, Papa Francesco contrappone le ombre della storia umana, segnata anche dall’avidità e da una “insaziabile ingordigia”, alla luce della mangiatoia, dove “ad alimentare la vita non sono i beni, ma l’amore”, “non la voracità ma la carità”.

A Betlemme scopriamo che Dio non è qualcuno che prende la vita, ma Colui che dà la vita. All’uomo, abituato dalle origini a prendere e mangiare, Gesù comincia a dire: «Prendete, mangiate. Questo è il mio corpo». Il corpicino del Bambino di Betlemme lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare, ma condividere e donare. Dio si fa piccolo per essere nostro cibo. Nutrendoci di Lui, Pane di vita, possiamo rinascere nell’amore e spezzare la spirale dell’avidità e dell’ingordigia.

"A Natale - spiega Francesco - riceviamo in terra Gesù, Pane del cielo: è un cibo che non scade mai, ma ci fa assaporare già ora la vita eterna”. A Betlemme, aggiunge, "scopriamo che la vita di Dio scorre nelle vene dell’umanità”. Se l’accogliamo, cambia la storia a partire da ciascuno di noi: quando Gesù cambia il cuore, “il centro della vita non è più il mio io affamato ed egoista, ma Lui, che nasce e vive per amore”. Ci sono delle domande, osserva Francesco, che dobbiamo porci: "Qual è il cibo della mia vita, di cui non posso fare a meno?" "È il Signore o è altro?" "Ho davvero bisogno di molte cose, di ricette complicate per vivere?" Riesco a fare a meno di tanti contorni superflui, per scegliere una vita più semplice?"

Gesù, ricorda il Pontefice, è Pane del cammino: “non gradisce digestioni pigre, lunghe e sedentarie, ma chiede di alzarsi svelti da tavola per servire, come pani spezzati per gli altri”. Gesù, sottolinea il Santo Padre, nasce tra i pastori “per dirci che mai più nessuno è solo; abbiamo un Pastore che vince le nostre paure e ci ama tutti, senza eccezioni”. I pastori di Betlemme ci dicono anche “come andare incontro al Signore”: vegliano nella notte, non dormono. Questo vale anche per noi.

La nostra vita può essere un’attesa, che anche nelle notti dei problemi si affida al Signore e lo desidera; allora riceverà la sua luce. Oppure una pretesa, dove contano solo le proprie forze e i propri mezzi; ma in questo caso il cuore rimane chiuso alla luce di Dio. Il Signore ama essere atteso e non lo si può attendere sul divano, dormendo. Infatti i pastori si muovono: andarono senza indugio, dice il testo.

I pastori di Betlemme, dopo aver visto Gesù, “pur non essendo esperti nel parlare, vanno ad annunciarlo”: “attendere svegli, andare, rischiare, raccontare la bellezza”, spiega Francesco, sono “gesti di amore”: Andiamo dunque fino a Betlemme» (Lc 2,15): così dissero e fecero i pastori. Pure noi, Signore, vogliamo venire a Betlemme. La strada, anche oggi, è in salita: va superata la vetta dell’egoismo, non bisogna scivolare nei burroni della mondanità e del consumismo. Voglio arrivare a Betlemme, Signore, perché è lì che mi attendi. E accorgermi che Tu, deposto in una mangiatoia, sei il pane della mia vita. Ho bisogno della fragranza tenera del tuo amore per essere, a mia volta, pane spezzato per il mondo. Signore, prendimi sulle tue spalle, buon Pastore: da Te amato, potrò anch’io amare e prendere per mano i fratelli. Allora sarà Natale, quando potrò dirti: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo”.

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