Lecco, 22 dicembre 2018   |  

"Ascoltando le canzoni napoletane davanti al presepio"

di Ugo Baglivo

Riflessione dopo la bella serata in basilica con Peppe Servillo e Ambrogio Sparagna.

sparagna servillo basilica

L’aveva detto il Prevosto mons. Davide Milani al folto pubblico che gremiva la Basilica di S. Nicolò per la insolita serata culturale del 19 dicembre, insolita perché svolta in chiesa pur non essendo preghiera: questa musica richiama la spiritualità dell’autore della maggior parte delle canzoni interpretate, S. Alfonso Maria De Liguori; questa musica può diventare meditazione profonda, perché desta in chi l’ascolta attentamente pensieri di pace, di fraternità universale. Proprio come vuole il Natale di Cristo.

Man mano che lo spettacolo si avviava e proseguiva e si connotava, l’atteggiamento mentale della gente, molti dei quali erano vicini allo scrivente nelle prime panche della grande chiesa, quell’atteggiamento mentale mutava. Dapprima meraviglia e quasi fastidio per questa “contaminazione” del sacro con lo spettacolo di musica profana, dai ritmi troppo cadenzati e quasi frenetici, da canzone popolare napoletana, da ballo in piazza come la tarantella campana o la pizzica salentina. Poi, man mano che lo spettacolo procedeva, e non necessariamente attraverso i testi (peraltro poco comprensibili in quelle canzoni dialettali), ci si lasciava coinvolgere pian piano dai ritmi musicali insoliti per un luogo sacro, e si scopriva una chiesa che si avvicina all’uomo comune, che non si propone come altro rispetto alla vita di tutti i giorni. Se la Chiesa si avvicina all’uomo, l’uomo si accosta alla Chiesa: forse è questa la risposta migliore per il disinteresse del mondo contemporaneo agli avvenimenti di religione.

Natale è la festa della gioia, perché racconta la nascita del Messia, in poveri panni di bambino povero, tra i pastori, fuori-città e in una grotta, perché gli alberghi erano stati negati ai suoi poveri genitori. Che c’è di male se la gioia, e una gioia popolare, si esprime in chiesa con il linguaggio del popolo, con le parole in dialetto e con i ritmi della tradizione di popolo?

Mi è parso di cogliere, sentendo quella musica, una unione di spirito tra nord e sud d’Italia: le canzoni napoletane, composte davanti ai presepi napoletani, erano cantate con gli strumenti della tradizione popolare meridionale ad un pubblico lombardo, normalmente più serioso e comunque nella vita più impegnato. Non è solo il sud-Italia che incontra il nord-Italia; da qui il pensiero correva al dialogo possibile tra il sud e il nord del Mondo. Forse è possibile pensare, in qualche modo, attraverso il Natale, una pacificazione tra il mondo sviluppato e il sottosviluppo, tra Paesi ricchi e Paesi poveri, in una comunione di scambi d’esperienze, nel cantare l’unica vita che unisce chi economicamente può e chi non può.

La canzone popolare in Italia non è solo quella di argomento amoroso, di amore fisico nell’innamoramento e nella varietà delle situazioni di coppia, ma può tradursi in poesia, e perfino in preghiera. Se così è (e le canzoni napoletane al presepe ti coinvolgevano sempre più) non c’è posto per il dualismo tra sacro e profano, per la contrapposizione tra religione e vita terrena. A Natale Dio scende tra gli uomini reali non per annullare la loro specificità ma per assumere Egli la natura umana, nobilitandola fino alla Sua morte redentrice.

Non c’è contrasto tra chiesa e piazza, o almeno non dovrebbe esserci; come non c’è contrasto ma solo diversità tra musica colta e musica di popolo. Anche la letteratura non sempre è letteratura dai fini sentimenti, esclusivista, ma spesso interpreta il cuore umano nella semplicità del suo essere natura, schiettezza, candore senza malizia. Ecco il segreto di questa serata: una musica e una poesia “inclusive”, che ti prendono l’anima e il corpo, a qualunque classe sociale tu appartenga.

Così, nel meridione d’Italia sono nate, nei tempi dello scorrere delle tradizioni secolari, le feste di paese, le sagre patronali (con le luminarie ricchissime, una volta fatte di candele e lumini ad olio), in cui l’uomo comune, di campagna o di villaggio, a suo modo onorava e onora il santo protettore, con mezzi poveri come povero è sempre stato il popolo. Ma se la gente povera non sa interpretare sentimenti nobili, con arte raffinata, certamente è sincera e senza malizia, perché non compromessa dai grandi interessi di chi dall’alto giudica e sfrutta la società dei deboli.

Così non c’è scandalo, o contaminazione, nel portare in chiesa i valori della saggezza della gente comune: una vita di fatica, di sofferenza, che quando può si concede qualche momento di gioia di vivere, e quella gioia la gode con tutte le sue forze. A questa semplicità di cuore richiama il presepe voluto da San Francesco d’Assisi, a questa purezza di natura richiama la spiritualità di Sant’Alfonso.
E poi un pensiero alla Betlemme di oggi, così compromessa tra civiltà diverse in contrasto tra loro, tra poteri umani e perfino tra religioni interpreti tutte di Dio ma in modo distante tra loro. Se la religione viene da Dio, non può creare dissidi e guerre, ma deve predicare la pace.

Tali pensieri mi attraversavano la mente la sera del 19 dicembre, in Basilica di S. Nicolò: artefici di questo miracolo di trasformazione dei cuori, da situazioni di guerra o di contrasti a godimento di pace senza pregiudizi, sono stati il gruppo di artisti napoletani, appositamente invitati: Ambrogio Sparagna, il tutto-fare nello spettacolo, dal suono di strumenti vari (organetto, zampogna) al canto a voce spiegata; Peppe Servillo, il “vocalist” dello specifico particolare complesso musicale; e poi Erasmo Treglia, che utilizzava quattro strumenti con pari maestria (ciaramella, ghironda, violino a tromba, tofa), e Marco Tomassi alla zampogna gigante, e Marco Iamele alla zampogna melodica; mancava Anna Rita Colaianni (altra voce del gruppo) alla serata lecchese.

Tutti, alla fine dello spettacolo, siamo tornati a casa migliorati nell’intimo, con pensieri di fede nel Divino che si umanizza, e dell’umano che cerca Dio. E non eravamo in chiesa soltanto fedeli di provata pratica religiosa, ma uomini e donne di varia cultura, di varie credenze, e perfino tanti atei dichiarati che entravano in chiesa incuriositi dalla novità, e vi rimanevano perché coinvolti in un clima allegro di fratellanza universale. Siamo tutti uguali, nella nostra coscienza interiore; e per tutti, senza distinzioni neppure di religione, è venuto sulla Terra Gesù Bambino.

Ugo Baglivo
(Centro Cult. S. Nicolò)

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16 Gennaio 1916 il conte Mario di Carpegna, guardia nobile del Papa, fonda l'Associazione scautistica cattolica italiana - Esploratori d'Italia (Asci), che successivamente, fondendosi con l'Associazione guide d'Italia, si trasformerà in Associazione guide e scouts cattolici italiani (Agesci)

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