Milano, 02 novembre 2017   |  

Arcivescovo mons. Delpini: il “Cantico dell’esultanza”

Prima della Messa ha sostato in preghiera presso il Famedio, dove il nome del cardinale Tettamanzi è stato iscritto tra quelli dei cittadini illustri di Milano

defunti delpini messa

L’Arcivescovo ha iniziato l’omelia sottolineando come nella città si ascolta il rumore. Il rumore fastidioso del traffico, lo stridio degli attriti, il ronzio degli apparecchi per rendere confortevole la vita, il baccano delle macchine che scavano e percuotono la terra. Inoltre grida di rabbia, insulti di violenza, grida che invocano aiuto.

Ha così proseguito: “Noi ci raduniamo per ricordare i morti, i morti famosi e i morti amici e il ricordo, l’affetto, la gratitudine ci convincono almeno nelle occasioni comandate a visitare i cimiteri.

Forse nei cimiteri il rumore della città giunge più attutito, forse nei cimiteri non si ascolta il grido dello strazio, forse nei cimiteri sarebbe fuori posto la musica assordante della distrazione. Forse il ricordo dei morti potrebbe propiziare il silenzio. Finalmente il silenzio!

Qui dove il silenzio avvolge le storie e le persone può succedere che si imponga la rassegnazione che si inchina alla prepotenza del nulla e alla tirannia della morte. Il pensiero si smarrisce, la parola si confonde, i sentimenti si incupiscono per l’irrimediabile assenza. Allora per non affrontare l’enigma incomprensibile, ci si convince alle commemorazioni, alla celebrazione delle imprese gloriose e delle persone famose. La commemorazione, la celebrazione dei trapassati può essere una scuola di sapienza, di quella sapienza che aiuta a vivere, ma non a morire. E dunque è meglio evitare il pensiero della morte ed è meglio, in generale, evitare i cimiteri.

Ma la celebrazione che ci ha radunati, la celebrazione della morte e risurrezione del Signore Gesù introduce nel silenzio del cimitero una parola diversa dalla rassegnazione, un atteggiamento diverso di quello che ispira la commemorazione. La celebrazione eucaristica introduce proprio qui, dove lo sguardo si spaventa per la prepotenza del nulla e la tirannia della morte, proprio quid si avvia il cantico dell’esultanza. Proprio la celebrazione eucaristica apre gli occhi per vedere la moltitudine immensa che nessuno può contare e fa risuonare nell’animo il cantico dell’esultanza: la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono e all’Agnello! Amen! Lode gloria onore, potenza al nostro Dio. Amen!

La celebrazione eucaristica avvia il cantico dell’esultanza perché opera la trasfigurazione, apre l’abisso della morte e scardina le porte degli inferi e rivela che cosa sia la morte: è la grande tribolazione, come un lavacro e i servi del Dio vivente l’attraversano lavando le loro vesti nel sangue dell’Agnello e le rendono candide e si introducono nel coro immenso della festa eterna di Dio.

Nel sangue nell’Agnello si immerge il rumore della città operosa e sgraziata e ne viene un cantico di lode, nel sangue dell’Agnello si immerge il grido dello strazio e della ribellione e ne viene un cantico di pace, nel sangue dell’Agnello si immerge la musica assordante dell’evasione e ne viene un canto di comunione.

La celebrazione eucaristica invita anche noi ad unirci al cantico dell’esultanza, che celebra il compimento delle promesse evangeliche è i poveri, i miti, i perseguitati riconoscono la beatitudine: Beati, beati, beati! Infatti la celebrazione eucaristica ci rende partecipi del cantico dell’esultanza perché celebra l’appartenenza: chi è segnato con il sigillo del Dio vivente si riconosce “servo del Signore”, si affida a lui e sperimenta l’alleanza di Dio: se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Io sono infatti persuaso che né vita né morte né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore”.

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