Lecco, 03 dicembre 2017   |  
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Antonia Pozzi: anima dolce e poetica tra le valli di Pasturo

di Paola Mormina

Era il 3 dicembre 1938 quando la poetessa scivolò nel sonno eterno cercato dinanzi all’Abbazia di Chiaravalle di Milano, eppure la tomba per sua scelta non si trova in città, bensì a Pasturo, proprio ai piedi di quella Grigna che tanto amava

Pasturo percorso poetico Antonia Pozzi 4

La poetessa Antonia Pozzi tra la neve sulla Grigna

Inizia a Milano il 13 febbraio 1912 la breve ma intensa vita di Antonia Pozzi, conclusa a soli 26 anni per sua mano. I genitori, Roberto e Lina, provenivano da differenti classi sociali. Il padre pur essendo un grande avvocato in ascesa tra gli ambienti milanesi ha origini modeste, mentre la madre è primogenita del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana, ed è inoltre la pronipote di Tommaso Grossi. L’infanzia di Antonia è spensierata e serena tra i genitori dei quali sarà sempre e solo l’unica figlia, riversando in particolare tutto il suo affetto incondizionato sulla nonna materna, detta Nena, della quale apprezzerà tutto il suo spirito vivace, gioioso, comprensivo.

La Nena diverrà per lei quel porto sicuro nel quale attraccare sempre quando c’è tempesta, un punto fermo, la sua speciale confidente; sarà rivolto proprio a lei quel suo ultimo pensiero per non farla soffrire troppo, prima di lasciare questo mondo. D’altronde l’ombra del suicidio era un germe che già si era insediato nella famiglia portandole via prima il nonno paterno e poi Emma, una stessa zia del ramo patriarcale, a brevissima distanza uno dall’altra. Il 1918 apre a lei nuovi orizzonti: il padre ha da poco acquistato una bellissima villa a Pasturo, un paese ai piedi della Grigna dove ogni anno durante le vacanze Antonia era solita immergersi nella scoperta di erbe, fiori, animali, cielo e stelle: la bellezza e la potenza di quella natura si spalancava così ai suoi occhi, e lei era solita accogliere tra le pieghe di quel suo animo sensibile e fragile tutte le sensazioni. Inizia così a parlare ai fiori, a raccogliere ciclamini da mandare in dono alla Nena, a disegnare e colorare con grande capacità prendendo anche lezioni di pianoforte, francese e inglese. A soli quattordici anni conquista per la prima volta la Grigna e ne discende gloriosa con tante stelle alpine tra le mani che conserverà gelosamente tra due fogli di carta assorbente riportandone la data: Grigna, settembre 1926.

Il 1927 le regala l’incontro più importante e significativo della vita, quello con Antonio Maria Cervi, suo professore di greco e latino al liceo Manzoni di Milano. Uomo di vasta cultura, con un profondo amore per il sapere che trasmette con enfasi ai suoi allievi; una sola ombra però sovente si posa su quel suo sguardo profondo, e soltanto un’anima profonda e dolce come quella di Antonia riuscirà a cogliere quel fremito che lei sente come proprio. Un dolore acuto e incancellabile si cela infatti dietro a quella apparente ironia: la morte del fratello maggiore Annunzio, volontario della Prima guerra mondiale e caduto proprio sul Grappa, il 25 ottobre 1918. Antonia è estremamente affascinata da quella figura di uomo così profondo e sensibile, e tutta quella stima nei suoi confronti susciterà presto nel suo animo i caratteri dell’innamoramento, ricambiato a sua volta dal professore. A lui sono ovviamente dedicati i versi più belli e più dolci: “Se le mie parole potessero essere offerte a qualcuno, questa pagina porterebbe il tuo nome” scrive sul frontespizio del primo dei suoi tre quaderni autografi rivolgendosi idealmente a lui. E sempre a lui si riferisce la nota “Ad A.M.C” di molte dediche. Ma questo folle amore deve fare i conti con la forte opposizione del padre, talmente geloso e opprimente nei confronti della figlia al punto tale da riuscire prima a combinare il trasferimento del docente a Roma, e poi a spingere Antonia a studiare in Inghilterra, ignaro del fatto che quella lontananza fu per loro soltanto la benzina che alimentò le fiamme. Quell’amore anche se difeso con tutte le forze dell’anima dovrà arrendersi infine dinanzi alle sempre più estreme reazioni paterne, che mettono in pericolo la stessa vita del Cervi con la minaccia di una sfida a duello.

Il 1933 diviene così l’anno della “vita sognata”, e non solo per le dieci liriche raccolte da Antonia e a lui dedicate, ma perché davvero la vita d’amore da lei desiderata sfuma i suoi contorni all’orizzonte: rinunceranno così al loro matrimonio, ma manterranno sempre viva la promessa di amore eterno, anche se avessero dovuto ritrovarsi a vivere ai capi opposti del mondo. Il dramma diviene collettivo durante quei difficilissimi anni, con il fascismo che stringe sempre più ogni spazio di libertà e vara anche le leggi razziali, colpendo anche uno dei suoi amici più affettuosi, Paolo Treves. Antonia precipita così in una cupa e profonda angoscia che dissolve e lacera tutti gli argini da lei difficilmente costruiti, e sarà proprio il rifugio di Pasturo l’unico suo balsamo per l’anima, il ritrovo della pace, come scrive in Ritorno serale “Giungere qui - tu lo vedi - dopo un qualunque dolore è veramente tornare al nido, trovare le ginocchia materne, appoggiarvi la fronte”. E proprio durante uno dei suoi ritiri, il 10 settembre 1937, dopo una sosta davanti al cimitero del paese, annota sul suo diario: “Sono rimasta molto tempo con la testa appoggiata alle sbarre del cancello. Ho visto un pezzo di prato libero che mi piace. Vorrei che mi portassero giù un bel pietrone della Grigna e vi piantassero ogni anno rododendri, stelle alpine e muschi di montagna. Pensare d’esser sepolta qui non è nemmeno morire: è un tornare alle radici.”

Neppure le solide amicizie che si era creata a Milano intorno alla facoltà di Lettere e Filosofia sapranno esserle di consolazione. L’università apparentemente sembrava assorbire le sue energie più significative per incanalarle all’interno di un alveo di rinnovate certezze: esperienza decisiva sarà per lei la frequenza ai corsi di Antonio Banfi, anche se lui non le riservò mai particolari attenzioni o gentilezze. "Si calmi signorina" fu anche l'altezzosa replica del professore, messa per iscritto dopo aver letto le sue poesie. Antonia inizia così a corteggiare la morte. Inizia ad entrare nelle sue narici quell’odore così agrodolce di sconfitta, lo stesso che doveva aver annusato un altro studente del Banfi, Gianluigi Manzi, morto suicida proprio nel 1935. "Io sono una donna" scrive la Pozzi nel suo diario "ma devo essere più forte del povero Manzi che si è ammazzato per una ragione uguale alla mia". Quando Antonia Pozzi arriva la mattina del 2 dicembre 1938 dinanzi all’abbazia di Chiaravalle, la neve aveva rivestito di bianco tutta la campagna circostante. Lascia la bicicletta e si siede a pochi metri da una roggia, come in Lombardia sono soliti chiamare i piccoli corsi d' acqua che attraversano i campi. Aveva con sé un barattolo di pasticche; le ingoiò con una sola sorsata d' acqua e poi si sdraiò sulla neve, dove la trovarono ancora viva. Morirà il giorno dopo. "Polmonite" fece sapere il padre, che difficilmente riusciva ad accettare quel destino tanto infausto riservato alla sua unica figlia.

Ma il messaggio che Antonia lascerà ai genitori è chiaro, e non lascerà spazio ad ulteriori interpretazioni: “Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. […] Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. […] Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace.” Sarà proprio l’artista milanese Giannino Castiglioni a scolpire per lei nel cimitero di Pasturo un bellissimo Cristo in bronzo, seduto con lo sguardo rivolto verso la Grigna che Antonia tanto amava. Un Cristo giovane e bello non ancora colto tra lo spasmo delle sofferenze ma sereno e adagiato nella sua fanciullezza, a testimonianza di un’anima così fresca e sensibile sottratta troppo velocemente al corso della vita.

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