Lecco, 24 ottobre 2017   |  
Cronaca   |  Opinioni

Anche quelle di Caporetto non furono morti vane

di Alberto Comuzzi

Quel 24 Ottobre di cent'anni fa costò al nostro Paese 11.600 caduti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri.

la citta CAPORETTO

Caporetto il 24 Ottobre 1917

Cent'anni fa, il 24 Ottobre 1917 le truppe austro-ungariche e quelle tedesche sferravano a Caporetto quell'offensiva che in pochi giorni le avrebbero fatte dilagare fino al Piave. Quella che nei testi di storia è passata con il nome di “disfatta di Caporetto” costò agli italiani 11.600 morti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri, 3.200 cannoni, 1.700 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 300.000 fucili.

La Commissione d'inchiesta su Caporetto, istituita il 12 gennaio 1918, confermò l'attribuzione della colpa della disfatta al comandante supremo, generale Luigi Cadorna; eppure, bisogna segnalare che tale relazione non solo ignorò l'effettivo svolgimento degli scontri, ma non citò neanche il generale Pietro Badoglio, comandante di uno dei tre corpi d'armata travolti a Caporetto, il XVII – tredici pagine che riguardavano il suo operato vennero sottratte dalla relazione.

Come si legge nel sito “lagrandeguerra.net” «il mistero del silenzio delle oltre quattrocento bocche da fuoco del XVII Corpo, che sorprese gli stessi nemici, per il grandissimo vantaggio che ne trassero, è ormai chiaro. Le artiglierie che avrebbero dovuto "schiacciare" le fanterie nemiche dove sostavano prima di muovere all'attacco erano quelle di grosso e medio calibro, che contavano, appunto oltre 400 cannoni nel settore del XXVII corpo d'armata.

Badoglio volle riservare a se stesso l'impiego e, per evitare interferenze del comandante dell'artiglieria, ottenne la sostituzione del generale Scuti, che era un valente artigliere, con il colonnello Cannoniere, il quale, per il più modesto grado gli dava maggiori garanzie di obbedienza. Badoglio disse per telefono al suo diretto superiore, il generale Capello, di non volere dei "professori" perché gli bastava avere un "esecutore di ordini".

Soprattutto a causa di questa grave mancanza del XVII Corpo, in poche ore gli Austro-Tedeschi dilagarono oltre tutte le linee di difesa italiane e l'ala destra della II^ armata, comandata dal generale Capello, fu ben presto distrutta. La battaglia era persa».

Oggi sappiamo che l'onta di quella disfatta sarà lavata dodici mesi più tardi, esattamente il 24 Ottobre 1918, con una prima violenta azione dimostrativa dell'Esercito italiano che iniziava sul Monte Grappa la battaglia di Vittorio Veneto (con il conseguente attraversamento del Piave) in virtù della quale gli Austro-Tedeschi capitoleranno dieci giorni dopo, il 4 Novembre.

Perché ricordare oggi Caporetto? Perché celebrare una disfatta? Semplicemente per ricordare il sacrificio di 650.000 italiani morti e di oltre un milione di feriti (tanto fu il tributo di sangue pagato dai nostri nonni e bisnonni tra il 1915 e il 1918) per consentire a noi contemporanei di avere una patria e una nazione nella quale vivere e nella quale riconoscerci.

Tre milioni e mezzo di calabresi, siciliani, sardi, pugliesi, lombardi, veneti, friulani, piemontesi, toscani, emiliani, romagnoli, laziali, campani, liguri, marchigiani, valdostani, trentini donarono gli anni migliori, quelli della loro gioventù, per liberare dallo straniero il proprio Paese.

Già la libertà, un bene e un valore che, una volta conquistato, va salvaguardato con cura, perché può anche essere perso. Si comincia, per esempio, con la rinuncia a votare, con il disinteressarsi di ciò che fanno gli amministratori della cosa pubblica e ci si sveglia una mattina, sì, in una “democrazia”, ma inscindibilmente legata all'aggettivo “pilotata”.

Cerchiamo di non dimenticare il saggio ammonimento del filosofo spagnolo George Santayana: «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo».

Solo per il rispetto che dobbiamo ai caduti e ai feriti della Grande guerra è inimmaginabile parlare oggi di secessione. Chi sostiene, artatamente, come è accaduto anche recentemente nel corso della campagna referendaria, che la Lombardia e il Veneto vogliono staccarsi dall'Italia, diffonde notizie false.

L'autonomia, all'interno di uno Stato federale, non ha nulla a che vedere con l'indipendenza o la secessione. Fomentare polemiche, divisioni, porta disgrazie a tutti, anche a chi le promuove, sempre.

 

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