Pagnona, 11 dicembre 2016   |  

All'Alpe Gallino con l’eremita che modella il legno

di Maria Francesca Magni

" Nel mio presepe la statuetta del Santo Bambinello è già presente sulla paglia nella mangiatoia della tradizione, perché Dio è già in mezzo a noi".

statuetta eremita

L’eremita che modella il legno …è il giovane prete don Raffaele Busnelli che vive all’alpe Gallino, sopra Pagnona, tra le vecchie baite di sasso dove corre il soffio del vento che dal lago sale in Val Varrone. Il suo eremo si chiama ‘Breccia’. “Breccia”, spiega don Raffaele, “significa passaggio furtivo, linea d’incontro tra chi sta dentro il sistema e chi sta fuori”.

Don Raffaele sta lavorando nel suo laboratorio, non vuole farsi fotografare, ma riesco a immortalare una bellissima Madonna col Bambinello nella sua mano...

“Venga, le offro il caffè”. All’interno del suo eremo due gattoni fanno le fusa davanti al camino acceso. “I gatti tengono lontani i topi e fanno scappare i ghiri” afferma il Don sorridendo.

Dove è nato? E cosa ha fatto prima di diventare eremita?
“Sono nato a Mariano Comense e ho vissuto a Meda. Una terra che ha pagato a caro prezzo il dramma della dispersione di diossina. Avevo solo 4 anni quando successe il disastro ecologico di Seveso, eppure mi ricordo: ci fu un botto spaventoso e l’aria divenne irrespirabile, si riempì di puzza di uova marce. Provengo da una famiglia di imprenditori che lavorano il legno con creatività. E’ lì che ho imparato il mestiere del falegname e forse ‘scultore’. Ho trascorso 10 anni nella parrocchia di Cologno Monzese e 3 a Treviglio a contatto coi giovani, negli oratori. Ho imparato ad ascoltare gli altri e piano piano sono giunto al discernimento vocazionale della vita eremitica.

Ebbi un colloquio con il Cardinal Martini che, davanti alle mie titubanze, mi disse: “se questo tuo desiderio fosse una fuga, avresti scelto di cambiare parrocchia o mansione. Invece non è così, quindi non può essere una fuga, non vuoi scappare dal tuo vissuto, per questo devi approfondire la tua scelta di fede”. Quelle parole mi infusero una serenità di fondo e successivamente mi portarono a confrontarmi con il Cardinale Tettamanzi e a iniziare un periodo di prova. Vissi per un anno e mezzo in totale solitudine. Il Cardinale Scola incoraggiò la mia ricerca vocazionale, conservo con cura la missiva del Vicario”.

Cosa vuol dire diventare eremita oggi?
“Non si diventa eremiti perché si vuole materializzare Dio nelle cose della natura che ci circonda, o sensibilizzare il creato per appropriarsi di un pezzetto di Dio. No, essere eremiti è un’altra cosa. L’eremita non è colui che non incontra nessuno e vive guardando il cielo pieno di stelle, ma è colui che approfondisce la parola di Dio per essere certo di incontrare gli altri attraverso i pilastri dei suoi insegnamenti: silenzio, lavoro, preghiera, ospitalità, al fine di non escludere nessuno. L’eremita non è un eroe, non ha senso dire che l’eremita si priva di ogni cosa, anzi, l’eremita aggiunge qualcosa di prezioso alla sua vita: la forza intellettuale e l’equilibrio interiore per vedere oltre le parole e le cose.

Sono tante le persone che vengono qui, che mi raccontano i loro peccati, le loro sofferenze, eppure intravedo sempre un filo conduttore di bontà e speranza. Cerco di offrire loro la risonanza della mia preghiera, con l’intento di alleviare un cammino difficile. Non dobbiamo mai dimenticarci che le persone non sono vincolate ai loro sbagli, e non sono spavalde davanti a Dio. E’ importante credere che gli altri, quelli che incontriamo tutti i giorni, non si possono conquistare, non si possono possedere, però si possono capire. Per tutti questi motivi l’eremita non ha mai smesso di essere presente nella Chiesa universale, nonostante i grandi cambiamenti della storia”.

E’ faticoso essere eremiti?
“Per dedicare tempo allo studio della parola di Dio e alla preghiera deve esserci spontaneità e volontà. Quando viene meno la spontaneità arriva la volontà. Mi alzo alle 4 del mattino per meditare, poi celebro la S. Messa”.

Da solo?
“Non sono mai solo. La presenza di Dio riempie la cappella qui sopra”.

Quale male avvolge il mondo contemporaneo?
“I mezzi di comunicazione che generano distanze, che custodiscono le distanze, che garantiscono le distanze tra le persone. E spesso mi domando se occorre sempre inventare un’istituzione per organizzare o gestire i bisogni della gente. La Chiesa, purtroppo, manca di una grammatica propria per definire le situazioni umane e utilizza il linguaggio della produzione: utilità, efficienza, efficacia, progetto… Possiano affermare come cristiani che una persona è utile e un’altra no? Dobbiamo ripensare a una grammatica nostra, o reinventarla se necessario. Dobbiamo riproporre il linguaggio di Dio. Sono tanti gli ultimi, quelli che vivono ai margini, quelli considerati non utili e non degni di far parte del sistema creato dall’uomo. Nell’anno della Misericordia Papa Francesco si è rivolto proprio a questi ultimi.”.

Chi da una parte e chi dall’altra sul bordo dell’appartenenza…
“Tra i grossi interessi di geopolitica. Ma rimane sempre una breccia…”.

Un messaggio per il Santo Natale che viene.
“Preferisco parlare di Avvento. Nel mio presepe la statuetta del Santo Bambinello è già presente sulla paglia nella mangiatoia della tradizione, perché Dio è già in mezzo a noi. Attendo invece Gesù risorto, colui che raccoglierà i segni delle civiltà dei popoli, difficili per noi da decifrare. Un tempo viveva un uomo che faceva cesti al mercato ad Alessandria d’Egitto. Sant’Antonio volle conoscerlo. “In che cosa mi superi?” chiese il santo all’uomo che lavorava in silenzio. Non ebbe risposta. Nel frattempo un gruppo di giovani cominciarono a imprecare. “Non senti cosa dicono?”, l’uomo rispose: “quando prego dico: loro andranno in Paradiso e io no”. I giovano allora iniziarono a bestemmiare e il santo rivolto all’uomo: “stanno bestemmiando…”. E l’uomo: “io pregherò più forte”. “Ecco in cosa mi superi”, comprese sant’Antonio. Non è una questione di merito, ma è comprendere che Dio è altro”.

Da chi prende esempio la sua forza interiore?
“Dalle persone anziane e dai malati, da quelli che non sono niente per gli occhi del mondo. Dalla grazia di Dio che riempie tutti i giorni il mio piatto vuoto”.

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