Lecco, 28 aprile 2019   |  

A proposito di Resistenza e del contributo dei cattolici

di Giulio Boscagli

Una partecipazione alla Liberazione rivendicata già nel 1976 quando Pertini insignì Lecco della medaglia d'argento al valor militare.

Il discorso con cui il presidente Mattarella ha commemorato il 25 aprile si è concluso con una citazione di Teresio Olivelli “non ci sono liberatori ma solo uomini che si liberano”.

Si tratta di una frase apparsa in un intervento scritto da Olivelli per il giornale clandestino “Il Ribelle” che, forse non tutti sanno, per la maggior parte dei suoi 26 numeri, venne stampato nella tipografia lecchese di Annoni e Pin che si trovava al n.10 di via Mascari, a due passi dalla basilica di San Nicolò.

La citazione del Presidente della Repubblica torna utile per riandare con la memoria a un evento lecchese di più di quarant’anni fa di cui le immagini consentono una documentazione significativa. olivelli puecher

Quale il motivo per cui le immagini di Olivelli, di Puecher e, nascoste in questa foto, di Celestino Ferrario e don Giovanni Ticozzi sono portate in corteo attraverso la via Cavour?

E’ il 16 marzo del 1976, si sta svolgendo un corteo che porterà allo stadio Rigamonti i lecchesi che assisteranno alla consegna della medaglia d’argento alla città di Lecco come “Ricompensa al valor militare per l’attività partigiana”, così come attribuita dal decreto del Presidente della Repubblica del 19 settembre 1974. Ad appenderla al Gonfalone del comune di Lecco sarà Sandro Pertini, in quel momento Presidente della Camera dei Deputati.

Merita sottolineare alcuni passaggi del decreto di attribuzione dell’onorificenza.
“Mentre i volontari inquadrati nelle formazioni impegnavano il nemico nella lotta armata (…)uomini e donne di ogni estrazione sociale si ritrovarono uniti nell’opporre coraggiose e compatte manifestazioni di ostruzionismo che, oltre ad isolare psicologicamente l’avversario ne impedivano l’utilizzazione delle risorse locali”.

Come si può veder e La Repubblica riconobbe non solo il contributo delle bande partigiane ma anche quello di larghe fasce di popolazioni. E, per quel che riguarda il lecchese, di popolazioni ancora fortemente impregnate di un cattolicesimo popolare ben vivo.

Un latro striscione del corteo aiuta a inquadrare l’avvenimento nel suo tempo.
striscinone resistenza cattolica

Siamo nei primi mesi del 1976. L’anno precedente era stato commemorato il 30 anniversario della Resistenza e in quella occasione non mancarono gli eccessi di interpretazione di quegli avvenimenti: il Partito Comunista Italiano che si era fatto artefice dello slogan della Resistenza Tradita, aveva saputo influenzare della sua propaganda larghe masse di cittadini cercando di attribuirsi il merito esclusivo della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, sottacendo il contributo dato da partigiani di altre matrici (cattolici, monarchici, azionisti, liberali) e pure il contributo di quei militari che non vollero servire sotto le bandiere tedesche (anche questo contributo finalmente valorizzato dal discorso del Presidente Mattarella).

Inoltre nelle elezioni amministrative della primavera del 1975 si era evidenziata una forte avanzata elettorale del Pci che aveva preso il governo di molte regioni e dei principali capoluoghi. La Dc, il tradizionale riferimento politico della maggioranza dei cattolici appariva messa all’angolo e incapace di affrontare la sfida che le era portata.

In quegli anni, tuttavia, la capacità di reagire di molti cattolici era ancora forte: nasceva a Milano e si diffondeva rapidamente per lo stivale il Movimento Popolare che raggruppava quei cattolici che non accettavano la subordinazione alla cultura di sinistra egemonizzata dal Pci che, a sua volta, stava ormai trasformandosi da partito della classe operaia in partito radicale di massa facendo proprie tutte le battaglie del radicalismo italiano.

Così il corteo cittadino per la medaglia d’argento, con grande sorpresa di molti, vide un folto gruppo di cattolici e liberi cittadini incolonnarsi dietro lo striscione che rivendicava il contributo dei cattolici alla Resistenza senza nessun complesso di inferiorità. C’è da dire che la partecipazione non passò inosservata soprattutto a quei gruppi estremisti, allora definiti extraparlamentari, che si attribuivano l’esclusiva di determinate battaglie e che tentarono di ostacolare questa presenza anche allo stadio fino ad essere zittiti personalmente da Pertini.

L’evento lasciò una traccia significativa nella cultura e nella politica lecchese, stimolando la ricerca e la documentazione della presenza dei cattolici nella resistenza lecchese: un agile e documentato libretto di Aloisio Bonfanti coprì questa mancanza raccogliendo le voci e le testimonianze di molti.

copertina popolo liberta

Il libro fu presentato in una partecipata riunione che si tenne presso l’Istituto don Guanella con la partecipazione del Senatore Morlino e di mons Enrico Assi, già prevosto di Lecco e ora Vescovo ausiliare di Milano.

Credo sia utile riportare quello che scrisse il Vescovo il giorno dopo la manifestazione della medaglia. Rivolgendosi al responsabile del movimento di Comunione e liberazione, movimento che era stato il motore dell’iniziativa che tuttavia aveva saputo coinvolgere diversi gruppi giovanili delle parrocchie lecchesi oltre ad aver risvegliato l’orgoglio dei partigiani cattolici ancora molto presenti e che avevano dovuto subire per anni la censura sulla proprie attività.

“(…) vi sono grato per la compattezza e l’organizzazione di cui avete dato prova e per il collegamento, fatto con intelligenza al movimento cattolico lecchese e al suo inserimento nella Resistenza, ma vi sono grati tutti i cattolici, oggi un poco smarriti, che nella vostra presenza hanno individuato gli inizi di un nuovo ciclo del movimento cattolico chiamato, in un’ora difficile, a rinvigorire la speranza. Solo un movimento cattolico culturalmente vivo e ricco e animato da una vigorosa e precisa ispirazione cristiana potrà restituire ai cattolici la coscienza della loro presenza e della loro missione nella vita sociale e politica del nostro paese.”

Ora che i testimoni oculari e i diretti partecipanti agli eventi della Liberazione stanno inevitabilmente uscendo di scena diventa indispensabile la memoria, una memoria purificata dall’ideologia.

Forse conviene ascoltare il monito di Vaclav Havel, uno che aveva sperimentato sulla sua persona il peso di un regime comunista, e farne tesoro

“Un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile oggi non può partire– anche se è successo- dall’affermarsi dell’una o dell’altra concezione politica basata su idee politiche tradizionali e alla fin fine solo esteriori, ma dovrà partire dall’uomo, dall’esistenza dell’uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri, con l’universo.

Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società: non è qualcosa che basta concepire e lanciare come il modello di una nuova automobile; se non si tratta solo di una nuova variante del vecchio marasma, è qualcosa che si può configurare solo come espressione di una vita che cambia.

Non è detto quindi che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario: solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore.”

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