Malgrate, 24 gennaio 2018   |  

A Malgrate la Celebrazione ecumenica per l’unità dei cristiani

di Ugo Baglivo

Concelebravano sette religiosi, rappresentanti di altrettante confessioni di fede cristiana.

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E’ sempre commovente assistere alle celebrazioni ecumeniche, all’interno della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani: vi si respira, una volta tanto, uno spirito di comunione tra le diverse confessioni religiose che tutte cercano l’unità, a dispetto delle divisioni dottrinali storiche, che pure permangono.

Quest’anno si sottolineavano – come temi portanti specifici – due argomenti di attualità: è ancora forte l’eco della Dichiarazione di Lund (Svezia) del 2017, cui partecipava lo stesso Papa Francesco, tutta proiettata verso il dialogo e la testimonianza attiva, condivisa, di tutti i Cristiani davanti ai fratelli; e poi l’attenzione particolare ai problemi delle popolazioni dei Caraibi, i cui responsabili religiosi hanno preparato, quest’anno 2018, i testi liturgici. Non solo “occasioni di incontro”, ma impegno comune in aiuto ai fratelli, in difesa dei diritti umani di tutti, e specialmente in difesa dei poveri nel mondo.

Quella della istituzione della Settimana (una volta si diceva Ottavario) per l’unità dei Cristiani è una storia lunga: da sempre le varie confessioni religiose cristiane pregavano per l’unità, ma separatamente una dall’altra; è dalla fine del Settecento che comincia a nascere l’idea, in area anglicana, di una “giornata” (poi diventata “settimana”) di preghiera per il “ritorno degli Anglicani, e di tutti gli altri Cristiani, all’unità con la Sede Romana” (Paul James Francis Wattson); Wattson maturò nell’impegno ecumenico la sua conversione al Cattolicesimo, da episcopaliano che era in precedenza.

Alcune date importanti nella evoluzione della Settimana di Preghiera ecumenica:
1908: Wattson e Jones (anglicano anch’egli) concordano per il 29 giugno di ogni anno, giorno di festa per la Confessione di Pietro, la “giornata di preghiera” poi divenuta “ottavario di preghiera” ecumenica.
1933: l’abate francese Paul Irenée Couturier lavora al cambiamento di prospettiva: non più l’impostazione di Wattson, per il “ritorno dei fratelli separati a Roma”, ma “ricerca di conciliazione reciproca” tra le diverse confessioni religiose.
1958: si sceglie da quell’anno un particolare tema annuale per la preghiera, e si incarica l’organizzazione ecumenica “Faith and Order” (Fede e Costituzione), che intanto si è allargata dai Protestanti agli Ortodossi, per la scelta dei testi.
1966: Giovanni XXIII e il Concilio Ecumenico Vaticano II istituiscono, in sede cattolica, il Segretariato per l’Unione dei Cristiani, che collabora ufficialmente con il “Faith and Order” interreligioso.
1994: il gruppo di lavoro per la preparazione dell’Ottavario viene aperto anche alla partecipazione dei laici (Associazioni cristiane di gioventù maschile e femminile).

Ma torniamo ai nostri tempi e alle nostre città: in territorio lecchese (zona pastorale III dell’Arcidiocesi di Milano), come ogni anno, ci sono state tre celebrazioni: una in Valsassina (quest’anno a Pasturo) giovedì 18 gennaio; una seconda a Erba, domenica 21 gennaio; e la terza a Malgrate (per Lecco) il 23 gennaio, nella Chiesa Parrocchiale di S. Leonardo. Alla celebrazione di Malgrate hanno assicurato la partecipazione viva tutte le associazioni cattoliche del territorio.

A Malgrate concelebravano sette religiosi, rappresentanti di altrettante confessioni di fede cristiana: mons. Maurizio Rolla, vicario episcopale, per la Chiesa Cattolica, padre Nicu Cartoafa della Chiesa Ortodossa Romena, padre Vitaly Korsakov della Chiesa Ortodossa Russa, Luigi Ranzani rappresentante della Chiesa Evangelica Valdese, il pastore Biagio Cuoco della Chiesa Evangelica della Riconciliazione; doveva essere presente padre Gioseppe Wadie, per Chiesa Copta Ortodossa (il suo posto è stato occupato da mons. Franco Cecchin, che ha letto i testi che erano assegnati al padre copto); e ancora era presente, anche come padrone di casa, il parroco di Malgrate don Andrea Lotterio, responsabile per l’ecumenismo in tutta la zona pastorale.

Testi fondamentali il Vangelo di Marco (per il Nuovo Testamento), e il Libro dell’Esodo (del Vecchio Testamento); la scelta del testo dell’Esodo va interpretata anche in relazione ai problemi dei Caraibi, che – come si diceva – sono tema specifico per la Settimana Ecumenica 2018: la liberazione degli Ebrei dalla schiavitù d’Egitto, con il passaggio miracoloso nel Mar Rosso, non va letta in direzione di odio razziale di un popolo schiavo che si riscatta dalla dominazione straniera; ma come auspicio di giustizia per tutti gli uomini. Come gli Ebrei in Egitto anche i popoli dei Caraibi hanno subito e subiscono la schiavitù del colonialismo e del neo-colonialismo. Ma la Bibbia, portata loro dagli Europei conquistatori, diventa fonte di consolazione per tutti gli oppressi.

Perciò, nella celebrazione, visivamente è stato compiuto un rito di “liberazione dalle catene”; le catene sono state portate all’altare e offerte a Dio, in auspicio di fine-sofferenza per chi è ancora oggi in stato di sofferenza. “Mentre le catene della schiavitù vengono fatte cadere, nasce un nuovo vincolo d’amore e di comunione nella famiglia umana” (dal volantino preparato per il rito); dalla fine dell’odio all’avvento dell’amore.

Anche il Vangelo di Marco contribuisce a dare speranza agli oppressi, e supera (con l’apporto della novità del Cristo) le barriere di divisione del Vecchio Testamento: Gesù risuscita da morte la figlia di Giairo, un capo della Sinagoga, uno di quella categoria sociale che sta per condannare a morte il Maestro; Gesù salva da morte, anzi richiama dalla morte alla vita, la figlia bambina di un suo nemico (o per lo meno di un suo avversario, allora). Anche qui: dalle divisioni non nasce odio ma comunione e amore.

Tali insegnamenti sono stati ben tratteggiati nel discorso di padre Adalberto Piovano, del Monastero di Dumenza (Varese): ogni cristiano (e in particolare i monaci che interiorizzano per vocazione) è liberato dal Battesimo dalla schiavitù del peccato; la “terra promessa” a Mosè e agli Ebrei, nella pienezza dei tempi, sarà l’avvento di Gesù liberatore. Gesù è così superamento delle divisioni, la trinità di Dio è unità nel contempo: Gesù ci spiega che la diversità apparente tra le posizioni può essere ricondotta all’unità sostanziale. Come la terra promessa a Mosè viene data agli Ebrei per miracolo, così l’unità è da cercare come opera di Dio, perché gli uomini – da soli – sono incapaci di vera liberazione dai preconcetti, dalle divisioni.

Ecco alcuni esempi di unità possibile, oggi, come superamento delle diversità: un progetto interreligioso, di collaborazione tra monasteri cattolici e monasteri ortodossi, sta facendo nascere una cappella dedicata a san Benedetto in Russia; san Benedetto è uno di quei santi riconosciuti tali in Occidente come in Oriente. Nelle citazioni dotte di padre Piovano non ci sono solo i padri della Chiesa occidentale, ma anche gli antichi monaci copti; e ciò è segno di una cultura religiosa che sempre più deve diventare eredità comune per tutti i seguaci di Cristo.

Il riconoscere che le Chiese umane sono ancora divise, divise di fronte alla grazia dello Spirito Santo che è unica per tutti, deve far scaturire sentimenti di umiltà, poi di pentimento, poi di speranza, e infine slanci d’amore: “i nostri muri non raggiungono il cielo”; conoscerci l’uno con l’altro è il primo passo verso la riconciliazione e la comunione ecclesiale. Gesù lo disse chiaramente, che il suo messaggio si rivolgeva a tutti senza divisioni umane di sorta: “non ci sarà più né greco, né giudeo….” ma per tutti è il destino di salvezza cristiana.

Così “la mano di Dio scrive sulla terra” (“the right hand of God is writing in our land”) recita uno dei canti corali, che il Gruppo di preghiera di Taizé (operante a Olgiate Molgora e ospite a Malgrate per l’occasione) interpreta con fede, per creare la giusta atmosfera tra i fedeli. Anche la comunità russa di Lecco (della chiesetta di Castello, una volta detta del Seminario) partecipa con i suoi canti, con un piccolo coro di quattro cantori, tutti provenienti dalla famiglia di padre Korsakov.

Alla fine della celebrazione, tutti insieme (sacerdoti e pastori e padri ortodossi, insieme al popolo di Dio senza distinzione di appartenenze dottrinarie) in oratorio a consumare il panettone natalizio, in un clima di fratellanza auspicata per sempre, e ritrovata per un’ora almeno; ma è segno anche questo di possibilità reale di superamento delle barriere.

Ultima annotazione: la “colletta” raccolta alla fine della celebrazione, in chiesa, è destinata a sostenere una famiglia di immigrati; i bisogni non sono solo nei Caraibi. Il mondo è dappertutto in stato di sofferenza, anche qui da noi: unirsi nello spirito ecumenico è nel contempo aprirsi ai bisogni dei sofferenti, a qualunque razza o etnia, o soltanto zona geografica, essi appartengano.

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24 Febbraio 1990 a Roma muore Alessandro Pertini detto Sandro (era nato a San Giovanni di Stella il 25 Settembre 1896), settimo presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985.

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